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Ricordo di Federica Manfredini

FEDERICA AL “NAVARRA”

 

Il ricordo più stringente è quello di una gita scolastica a Napoli, queste uscite che servono più che altro a conoscersi fra colleghi: di questi, due erano viaggiatori “costituzionali”, e la prima naturalmente era Federica, il secondo Giorgio Rimondi. Tre colleghi, ma già da tempo tre amici, che giravano la sera con la scorta discreta della polizia e pochi studenti al seguito per le strade di Napoli, in una settimana d’aprile del 1997, per servizio ma anche per passione pedagogica verso i nostri alunni cui si voleva trasmettere il gusto del viaggio e dell’incontro attraverso quella modesta esperienza.

     Poco dopo, tornati in sede, Federica era già pronta per un’esperienza più impegnativa: aveva trovato la compagnia per fare quel viaggio in Australia che le mancava da tempo per incombenze familiari e personali; ricordo il tono con cui me l’annunciò, di entusiasmo. Poi, in Australia ha lasciato la vita, causa un banale incidente d’auto.

 

Povera Federica.

 

     Ricordo la sua passione degli ultimi anni per il corso che seguiva all’Accademia di Belle Arti: me ne parlava come ad un compagno, per malintesa stima verso le mie fiacche competenze nel campo dell’arte. E, subito dietro, la passione del viaggio, dei viaggi. Incominciava a parlarne in febbraio, alla svolta del Quadrimestre, e sembrava allora che vivesse solo per quello.

     Invece, continuava a spendersi molto per i suoi studenti: quegli sciagurati fannulloni, sempre al di sotto delle attese, ma sempre meritevoli di attenzione di fronte ad un mondo adulto che stava prendendo l’abitudine di spremerli e poi gettarli quando non servivano più.

     Dopo quel fatale ’97, le abbiamo dedicato una Borsa di studio, slancio momentaneo della nostra scuola nella buriana delle presidenze che cambiavano, mentre il “Navarra” si accingeva a diventare una dépendance di un altro istituto più in forze. Nell’occasione, fu Rimondi a ricordare l’esperienza di collega, i rapporti con Federica anche fuori della scuola, nell’epicentro dell’UDI particolarmente, per la quale lei aveva allestito uno dei primi appuntamenti della “Biennale Donna”, di pittura naturalmente.

     Si prestava e si negava. A scuola parlava di poesia sonora e di accademia, ma era pronta sempre per le esigenze della scuola, con attenta precisione. Verso giugno sembrava abbandonarsi totalmente all’idea del viaggio estivo che l’avrebbe portata agli antipodi di tutto; ma amava parlare di arte in tutte le stagioni: arte come linguaggio preciso e prezioso più di quello abituale di corridoio e di salotto.

 

Ritorno all’inizio della chiacchierata.

 

     Come viaggiatore non-costituzionale, ho avuto modo di avvicinare e apprezzare i  messaggi di Federica quand’era ferma: i resoconti di viaggio (più belli probabilmente che nella realtà), gli incontri di Sala Insegnanti colti con l’occhio inquieto del viaggiatore, le sue opere di arte visiva dove lo scritto entrava timido e asseverante nello spazio spalmato di colore, e questo colore cercava spazio dentro materie ed oggetti quotidiani sottraendoli all’uso e all’usura.

     Un’ottima persona, un po’ lunatica ma disposta a tramutare le sue lune in rivelazioni buone anche per colleghi e alunni, quei testoni delle due specie con i quali conviveva in modi anche petulanti ma sempre pronta a difenderli davanti all’intruso, un visitatore importuno o una commissione d’esame poco sensibile.

     Infine, aveva una passione smodata per gli occhiali, di cui mi confidava i costi esorbitanti che sosteneva per amore del design. Ma nella sua figuretta scolpita e definita con cura dall’abbigliamento, gli occhiali erano il tocco qualificante sopra ogni altro. Facile dire che per un pittore la vista è lo strumento per eccellenza: per lei, gli occhiali erano sempre e comunque il punto focale dal quale apriva le sue prospettive sul modo, e pensava che il mondo la guardasse.

 

Il mondo.

 

     “Considero ogni mio lavoro come le pagine di un taccuino di viaggio”, aveva scritto nel 1988 per una mostra torinese dall’impegnativo titolo L’arte e la politica.

     Bene: vorremmo credere che per questa instancabile viaggiatrice la permanenza di più anni al “Navarra” abbia costituito un luogo del ritorno, assieme alla amatissima famiglia tutta femminile, e al gruppo delle amiche di Biennale Donna e dintorni.

 

 

                                                                                                                         Mauro Bovoli

                                                                                                                         a nome dei Colleghi

                                                                                                                            9 febbraio 2008

 

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Ultimo aggiornamento

05/02/2009