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L'AVVENTURA DELLA SCUOLA (prof.Mauro Bovoli)
Premessa
L’ingresso
dell’agricoltura ferrarese nel Ventesimo Secolo, dopo quelli
dell’isolamento e dell’emigrazione, è contrassegnato da due
tendenze di segno opposto irriducibilmente conflittuali: le
lotte bracciantili (con i grandi scioperi e la Settimana Rossa)
e la reazione degli agrari (con la serrata attorno al Fascismo).
Questo lo scenario che è riecheggiato lungo le generazioni,
indirizzando scelte e schieramenti.
Veramente, la realtà offriva una maggiore varietà di opzioni, e
non tutte vennero sacrificate alle scelte di parte, neppure nei
momenti di maggiore urgenza.
E’ appunto il caso di un’entità certo minore ma significativa, e
alla lunga incisiva e strategica come quella del “Navarra”,
Fondazione e Istituto.
Tutto ha preso l’avvio da una scelta che ha un sapore di
Belle Epoque, dalla opzione filantropica di due fratelli,
Gustavo e Severino Navarra, ricchi proprietari terrieri, scapoli
e bons viveurs (i loro ritratti “in riposo” sono
visibili presso l’omonima Fondazione, assieme ad alcuni
caratteristici cimeli), i quali decisero dal 1907 di dedicare
per via testamentaria i loro ingenti averi alla costituzione di
una Scuola di Studi pratici di Agricoltura per i Ferraresi.
La Fondazionead hoc eretta sul duplice testamento è
registrata già nel 1923, quindi ben prima delle imprese di
Rossoni sul territorio.
Teoricamente, la scuola avrebbe dovuto avviarsi in stretta
consequenzialità: difatti dello stesso anno abbiamo la stesura
del suo Regolamento; ma il cammino dovette trovare ostacoli
seri, sia prima che dopo la Guerra, tali da far rinviare
l’iniziativa per un trentennio. L’unico atto in questo lungo
vuoto è una “Scuola Pratica di Agricoltura” per orfani di
lavoratori durata tre anni, 1926-1929.
Sta di fatto che l’Istituto Professionale per l’Agricoltura
prese l’avvio solo nel 1953, in forma abbastanza dimessa ma
senz’altro strutturata per durare, dopo una serie di iniziative
provvisorie e itineranti che comunque colmarono il periodo
dell’immediata Ricostruzione post-bellica.
Anche di queste possediamo tracce sufficienti ad indicarne
l’importanza e il peso che l’esperienza ebbe sulle scelte
dell’Istituto che ne sarebbe seguito, a cominciare dalla stessa
opzione per un Professionale ripetutamente confermata negli
anni.
La protostoria (1946-1952)
Finita la Guerra, la Fondazione avvia una serie di corsi
“complementari”, cioè ad orario ridotto, per periodi limitati (3
mesi è il più significativo), funzionali alla formazione
professionale. Evidentemente, il suo modello sono le “Cattedre
Ambulanti di Agricoltura” arrivate a Ferrara mezzo secolo prima.
Sede, Malborghetto, con un corso di Frutticoltura; cui seguono
rapidamente molte altre località della provincia, fra speranze
(corso di Viticoltura) e nostalgie (corso di Canapicoltura).
L’esperienza coinvolgerà in complesso circa 3000 persone.
La prima Età dell'Istituto (1953-1960)
La Fondazione dà vita all’Istituto Professionale per
l’Agricoltura – Scuola per Coltivatori Diretti e Mezzadri,
biennale. Diretto da un Preside, Antonio Turchi, e da un
Commissario Ministeriale della Fondazione, Mario Dotti (il primo
per due anni, il secondo per tutto il resto della sua vita). Gli
insegnanti sono quattro, più un tecnico pratico: mentre questo è
variabile, gli altri sono già quelli che si firmeranno per tanti
anni in calce alle delibere dell’Istituto e ai rendiconti del
Convitto. Il Convitto è frequentato da tutti gli allievi del
corso per Coltivatori Diretti, e sostenuto da una borsa di
studio dell’Ente per la Colonizzazione del Delta in forma di
posti gratuiti, conforme allo spirito che elaborerà il “trinomio
Convitto-Scuola-Azienda” come formula riassuntiva per lo stesso
Istituto. Il corso è biennale, e si svolge da febbraio a
novembre; alla prima verifica, vengono “riprovati” ed “espulsi”
(insomma bocciati) 6 studenti su 20 iscritti.
Sempre a Malborghetto, si è attivata una Scuola di Frutticoltura
(10 iscritti), una di Meccanica Agraria e una di
Zootecnia,annuali e ad orario ridotto (3 pomeriggi la
settimana), ciascuna con un responsabile. Si profila la
distinzione che verrà titolata rispettivamente “Scuola
Integrale” e “Scuola Complementare” e significherà due anime
distinte della stessa vocazione educativa: da una parte un corso
biennale per ragazzi di 14-16 anni (i “Giovani”) a tempo pieno
(con l’obbligo conseguente del Convitto), dall’altra un corso
annuale per persone di età superiore (gli “Adulti”, età 16-30
anni) in orario pomeridiano e serale, insomma per lavoratori. Su
questi ultimi, negli anni successivi la Presidenza finirà per
spendere con convinzione molte energie: “L’Istituto
Complementare deve contribuire a fermare l’esodo dalle campagne
degli elementi più capaci e volonterosi rendendo il loro lavoro
più piacevole in quanto migliorato e confortato da una
inquadrata preparazione”. Il Corso Complementare ricalca
evidentemente (anche per la scelta delle sedi che prolifereranno
a partire dall’anno successivo) i vecchi corsi di Frutticoltura
avviati dalla Fondazione per contribuire alla ricostruzione
post-bellica.
1954. Gli iscritti al corso per Coltivatori Diretti e Mezzadri
(corso integrale) sono 17. Ma nel corso complementare di
Frutticoltura sono passati a 84; e se ne è avviato un altro a
Quartesana con 188 iscritti. L’Azienda dell’Istituto, 40 ettari
forniti ovviamente dalla Fondazione, compie anche altre attività
anteriori all’Istituto: un Centro Tori(=monta taurina)e un
impianto per la lavorazione del Tabacco dalla coltivazione all’imbottamento.
1955 (la scansione annalistica è necessaria per questa prima
fase). E’ nominato Preside il direttore dell’Avviamento di
Formignana Ciro Guidorzi, con l’appendice di una docenza per
Coltivazioni Arboree, Erbacee e Difesa Fitosanitaria. Il suo
impegno principale è mettere a punto quello che oggi chiameremmo
un “modello didattico” per un istituto di cui esistono ben pochi
esempi; un modello che sia funzionale al riscatto di quella
generazione di braccianti e operai che dovrà costituire la
popolazione di questa nuova scuola che aspira ad entrare
profondamente nel territorio.
Gli iscritti al corso Coltivatori Diretti e Mezzadri sono 36 (22
cl.I + 14 cl.II); sempre a Malborghetto, risultano 26 iscritti
al corso per Frutticoltori; a Quartesana sono 42; inoltre, la
Fondazione ha avviato un corso Frutticoltori a Rovereto con
notevole adesione (almeno 60 iscritti). Comunque, Guidorzi trova
anche il tempo per organizzare a Malborghetto il primo congresso
della Società Orticola Italiana.
1956. Gli iscritti del Corso integrale aumentano di poco (21 +
17 nelle due classi) e lo stesso si verificherà l’anno seguente
(25 + 13). Davanti al complesso scolastico viene attivato anche
un asilo, gestito da Suore, “sorto sotto gli auspici della
Fondazione Navarra per quell’opera di bonifica spirituale che
deve preludere ai compiti tecnici segnati dai F.lli Navarra alla
Fondazione”.
Gli anni
del "miracolo"
Nell’ottobre1961 lo Stato nazionalizza tutti gli Istituti
professionali. La Fondazione è chiamata ad assumersi alcuni
oneri di gestione per Malborghetto: manutenzione dei locali,
illuminazione, riscaldamento e acqua; assume anche
spontaneamente quelli del Convitto, che è gratuito per i figli
di agricoltori o addetti del settore residenti nel Ferrarese
(nel 1968 otterrà di passarlo in carico allo Stato, in
conseguenza della sua crescita). Nel nuovo assetto entra
istituzionalmente il Corso Preparatorio, un anno integrativo per
gli studenti sprovvisti della Licenza media che ora è
obbligatoria. Ma già nel 1960 (“Statistica dei corsi liberi di
istruzione tecnica e per lavoratori”) la scuola indica come
titolo di studio richiesto per il corso Coltivatori Diretti la
Licenza Media inferiore. Questo fa pensare che per chi ne era
sprovvisto funzionasse già il Corso Preparatorio: v. l’opuscolo
a stampa S.A.T.E. (senza data, ma circa 1957) che indica il
“breve corso preparatorio” alla classe I, consistente in 40-50
ore inserite al principio di essa. Sempre in questo primo anno,
l’Istituto organizza la prima Giornata dimostrativa di macchine
per la Frutticoltura, da cui deriverà la biennale “Eurofrut”.
Nel 1963 il Comune di Ferrara (Sindaco Spero Ghedini) delibera
di intitolare l’istituto statalizzato ai Fratelli Navarra.
A.s. 1964-65: l’Istituto modifica motu proprio per
Malborghetto il corso ministeriale di “Esperti Coltivatori” in
“Esperti Coltivatori Frutticoltori” (la scelta incontrerà
qualche difficoltà all’esterno, e sarà necessario motivarla con
la “vocazione” frutticola della zona).
Un anno dopo, viene istituita la sezione integrale di Pomposa,
dotata di convitto, per una scuola di Frutticoltura. Il Preside
Guidorzi considera tutte le potenzialità (compreso il
Complementare) di una scuola ormai estesa sul territorio ma
incapace di ulteriore crescita per due motivi: la spesa e la
difficoltà a trovare insegnanti per le materie professionali.
Infatti non è previsto il Ruolo né l’Abilitazione per queste
materie, sicché bisogna spesso accontentarsi di docenti
provenienti da classi di concorso “affini”. Guidorzi mette
l’azienda dell’Istituto a disposizione per sperimentazioni delle
Università di Bologna, Firenze, Piacenza. Cura anche
l’accoglienza di un giovane messicano, che intende compiere la
sua formazione professionale in Italia (e su quell’esperienza
ritornerà in tante occasioni, proponendola come un successo
dell’Istituto, il primo di una lunga serie di aperture educative
e professionali).
Sono le prime linee di quella che si potrebbe definire la
“dottrina Guidorzi”, destinata a caratterizzare la storia
dell’Istituto per trent’anni, quindi ad imprimergli un profilo
che ben difficilmente si potrebbe immaginare diverso.
Valorizzare l’Istituto nelle sue potenzialità, valorizzare
l’elemento umano che lo qualifica, come due facce di una
medesima medaglia. Per l’Istituto: aprire alla sperimentazione,
aprire al sociale (politica, associazioni di categoria e
sodalizi socio-culturali, altre scuole), aprire alle ditte
produttrici del settore. Per l’Elemento umano: attenzione alle
sue esigenze, cura della disciplina a scuola e in Convitto,
vigilanza sui sempre possibili abbandoni, interesse per
l’inserimento lavorativo post-scolastico, offerta di contatti
con il mondo professionale e con la cultura (visite aziendali,
viaggi di istruzione); per il Personale, una difesa oltranzista
di coloro che lui aveva scelto e la Burocrazia minacciava di
sottrargli. Gestione paternalistica, senza dubbio, e magari
anche aziendalistica: ma gli anni erano tali, e si consideri che
la lista degli interessi “umani” è molto più ricca di quelli
“istituzionali”.
Il caso più noto di questo attaccamento del Preside al personale
della sua scuola è quello di Luciano Chiappini, che vi entrò nel
1965 come insegnante esordiente sprovvisto di abilitazione: già
conosciuto come studioso della Storia locale (due anni dopo
sarebbe uscita la sua opera maggiore, Gli Estensi) e
stimato come uomo di buona volontà nella comunità civile ed
ecclesiale, Chiappini si trovò ben presto a rischio di perdere
la cattedra ad opera di un ricorrente provvisto di abilitazione
(ma non della laurea in Lettere: costume allora diffuso negli
Istituti Professionali). Guidorzi si oppose alla sostituzione in
tutte le sedi, fino al Ministero, appellandosi alla facoltà dei
Consigli di Amministrazione degli Istituti Professionali a
scegliere gli insegnanti in base a propri criteri di
valutazione, per reclamare il diritto di tenere un Luciano
Chiappini nella propria scuola. Poi, per tutti gli anni della
presidenza Guidorzi circolò (alimentata da lui stesso) la
leggenda di una dichiarazione di fedeltà dell’interessato a
questo Istituto come un atto di “apostolato missionario”, che
Luciano smentì sempre come apocrifa; ma nella sostanza aveva
naturalmente ragione il Preside. Un’altra vita guadagnata al
Navarra è quella di Luciano Corazza, diplomato per la Scuola
Elementare che ha speso abbondantemente la sua esistenza
lavorativa nella prima e nella seconda epoca dell’Istituto, come
insegnante (Italiano, Storia e Matematica!) e come responsabile
del Convitto, instancabile in entrambi i ruoli. Accanto a lui,
immolati alle esigenze del Convitto o dell’Azienda, hanno
profuso tutta la loro umana generosità senza orario e senza
calendario, oltre le competenze tecniche per le quali erano
stati assunti, Ferdinando Tumaini, Franco Trombelli, Gianni
Menegatti, Alberto Gavioli e Antonio Ungarelli.
Nell’a.s. 1967-68 l’Istituto accelera l’occupazione del
territorio. I corsi: Malborghetto (integrale), Quartesana
(complementare per Frutticoltori), S. Giorgio (idem),
Scortichino (complementare per Frutticoltori), Pomposa
(integrale per Frutticoltori), Copparo (complementare per
Frutticoltori), Cento (integrale), Coronella (complementare per
Frutticoltori), Massafiscaglia (complementare per
Frutticoltori). All’aumento degli impegni dell’Istituto, il
Ministero risponde con un paio di contributi molto attesi: la
costruzione di una Palestra a Malborghetto, e soprattutto
l’assunzione degli oneri della refezione per i Convittori. Il
Preside e la Fondazione si accollano l’imperativo estetico di
popolare di essenze arboree il giardino antistante la sede.
L’anno seguente si attivano le sedi di Ostellato (corso
integrale di Qualifica per Meccanici) e Voghiera (corso di
Qualifica per Frutticoltori). In realtà, l’Istituto ha avviato
un’opera di consolidamento di certe sedi “strategiche” con un
conseguente sfoltimento dei Complementari.
A.s. 1969-70. Mentre l’Istituto dirada le sue proliferazioni
nella provincia, si registrano manifestazioni studentesche nelle
tre sedi integrali per ottenere il corso per Agrotecnici
istituito con la Legge 754 del 27-X-69, auspicato da tutti a
cominciare dalla Presidenza di un Istituto Professionale che si
deve limitare a fornire una Qualifica biennale.
La nuova frontiera:
l'Agrotecnico
Nell’a.s. 1970-1971 il Ministero attiva il corso per Agrotecnici
che consente la prosecuzione degli studi dopo la Qualifica fino
ad un esame di Maturità, con diritto di accesso (finalmente!)
alla stessa Università. Ma il numero di corsi è limitato (350
per ora, poi 600) e nessuno viene concesso a Malborghetto,
nonostante le precoci manifestazioni. Il Preside, evidentemente
un manifestante della prim’ora, non aspetta un secondo appello e
chiede alla Fondazione che si attivi per costituire una classe
III “legalmente riconosciuta”. Così, nello stesso anno
scolastico nasce la prima classe per Agrotecnici di
Malborghetto. Il Ministero, che ha suggerito questa via,
confermerà il riconoscimento l’anno successivo (la
statalizzazione avverrà solo dopo un altro anno). Solo il
personale si lamenta, per le retribuzioni scarse.
Entro l’annata, intanto si provvede a rinnovare ed ampliare il
Convitto, portandone la capienza a 100 posti dai 40 iniziali,
con l’aggiunta di un altro centinaio per i semi-convittori (i
numeri risulteranno abbastanza flessibili nelle successive
relazioni). L’accordo, avviato già nel 1969, prevede rimborsi
alla Fondazione per le spese di convitto da parte del Ministero.
A.s. 1972-73. Gli alunni sono passati in un anno
complessivamente da 361 a 478. Il Preside si attiva per nuovi
sbocchi post-Qualifica: accanto al corso per Agrotecnici,
delinea un corso di Specializzazione per Frutticoltori che verrà
avviato l’anno seguente: è un’alternativa al primo, dettata
dalla convinzione che si innesti meglio sul ceppo del
tradizionale Biennio.
L’anno seguente, il Preside lancia un nuovo segnale: un solo
corso per Agrotecnici non basta più. Chiesta senza esito una
nuova sezione al Ministero, torna a fare appello alle forze
locali, in questo caso le Amministrazioni comunale e
provinciale, perché compiano questo raddoppio in forma di corso
privato. Contestualmente, apre nuove sedi a Pilastri di Bondeno
(in sostituzione di Coronella), S. Maria Codifiume, Ripapersico
e Massafiscaglia. Ostellato viene dotato di terreni nel Mezzano,
in concessione temporanea.
A decorrere dal novembre 1974, i Consigli di Amministrazione
degli Istituti Professionali vengono sostituiti da Consigli di
Istituto (D.P. 31-V-1974 n. 416). Mentre escono dal suo istituto
e dalla scuola italiana i primi Agrotecnici, Guidorzi prende
appassionatamente le difese della vecchia Qualifica
professionale. Interviene con altrettanta passione in ambito
locale celebrando la “Festa degli Alberi” con una proposta
rivolta alla valorizzazione delle Mura di Ferrara. Ottiene un
ampliamento per le sedi di Ostellato e Mesola; inaugura a
Malborghetto il nuovo edificio del Convitto con aule annesse e
la neonata Palestra e si impegna perché l’Autobus colleghi
Malborghetto alla città; auspica infine la costruzione di una
nuova sede centrale e di un secondo corso per gli Agrotecnici. I
numeri gli danno ragione: dai 198 alunni del 1972-73 la sede è
passata ai 232 dell’anno successivo poi ai 276 dell’anno in
corso; nel 1975-76 raggiungerà i 370, raddoppiando in tre anni
la popolazione.
1980. In maggio, l’Istituto accoglie una delegazione
dell’Accademia delle Scienze Sociali della Repubblica popolare
Cinese. Ad ottobre, il nuovo anno scolastico si apre nella nuova
sede, anche se occorre mantenere in funzione anche la vecchia
annessa al Convitto: i frequentatori di Malborghetto sono almeno
700.
Per tutti gli anni ’70 sono aumentati sistematicamente.
Sull’onda della crescita, prende corpo l’intenzione di
rivendicare per gli Agrotecnici la parità di diritti nella
professione con i Periti Agrari. Il primo atto di questo impegno
è la costituzione nel 1979 di un Coordinamento Nazionale; l’anno
della svolta è il 1983, e Guidorzi rivolge il suo appello a
sostegno della vertenza a tutte le autorità competenti, compresi
un deputato e quattro senatori. Intanto, anche Ostellato si
inserisce nella nuova direzione avviando il Trienno
post-Qualifica.
Nel 1985, concluso l’anno scolastico, a settembre Guidorzi va in
pensione.
Un anno dopo, il Parlamento approva la legge che istituisce
l’Albo Professionale degli Agrotecnici (legge n. 251 del giugno
1986). Era stata l’ultima frontiera per lui, quella che avrebbe
consentito una reale parità con i Periti Agrari per i suoi
amatissimi Agrotecnici.
In realtà, questo nuovo ciclo si trova a coincidere con la fine
di un’epoca nella storia dell’Istituto. Dopo Guidorzi, verranno
Presidenze di breve durata, affidate a persone esterne al
territorio quando non alla stessa pratica professionale; mentre
il carico burocratico ministeriale farà sentire sempre più il
suo peso, e la comunità ferrarese diverrà sempre più distratta
nei riguardi dell’Agricoltura. Con tutta la personale buona
volontà, questi dirigenti non riusciranno ad impedire un
progressivo scollamento della scuola dal tessuto circostante, e
lo stesso rapporto con la Fondazione si ridurrà a contatti di
routine.
Diciamo che in pochi anni si verifica un completo rovesciamento
della formula con la quale il Navarra si era radicato al centro
degli interessi sociali ed economici dell’intera provincia. E la
risalita darà da fare più del previsto.
DAL
PROGETTO '92 AL NUOVO MILLENNIO (prof. Giorgio
Rimondi)
Una
svolta nel profilo professionale
Alla fine degli anni Ottanta il mondo dell’istruzione
professionale agraria entra in fibrillazione. Da poco il
Parlamento, con la legge 251 del 1986, ha istituito l’Albo
professionale degli Agrotecnici, una vera conquista per le
scuole professionali agrarie, e già il Ministero della Pubblica
Istruzione avvia una sperimentazione che prenderà poi corpo nel
cosiddetto Progetto ’92, e che prevedendo strutturali modifiche
per l’istruzione agraria dà luogo a un acceso dibattito.
Quanti sono favorevoli al nuovo orientamento sostengono
l’esigenza di una preparazione non più regionale ma europea (nel
gennaio del 1991, in effetti, l’Europa delle professionalità
verrà unificata), con una base culturale comune non
specialistica ma formativa, con insegnamenti collegiali e
interdisciplinari, una programmazione modulare e la co-presenza
degli insegnanti di teoria e pratica. Le quattro ore di
approfondimento nel triennio inferiore, insieme alla cosiddetta
“terza area” per il quarto e quinto anno, dovrebbero insomma
preparare un Tecnico agrario in grado di svolgere anche mansioni
imprenditoriali. Si afferma in questo modo non solo una nuova
idea del tempo scolastico, ma la necessità di far fronte a un
mondo agricolo in rapida trasformazione senza restare esclusi
dal mercato del lavoro.
A poco valgono le obiezioni di chi sostiene che le modifiche in
realtà formeranno un Tecnico dalla preparazione generica, non
più in grado di conoscere a fondo le coltivazioni e il loro
impatto sul territorio. Né l’accusa, peraltro motivata, che la
nuova forma di sperimentazione venga imposta frettolosamente e
senza il tempo di effettuare le opportune verifiche. Il profilo
del nuovo professionale agrario si struttura così in un biennio
inferiore con insegnamenti suddivisi in un’area comune, un’area
professionalizzante e quattro ore di approfondimento. A cui
segue un “monoennio”, orribile neologismo per indicare il terzo
anno di corso che dà diritto all’ottenimento di una qualifica, e
infine, per chi desidera continuare, un biennio post-qualifica
che prevede un’area comune (discipline umanistiche e
scientifiche) e un’area di settore. Per cercare di superare il
gap fra le logiche dell’istruzione e quelle dell’impresa,
unificando sapere e saper-fare, nel biennio superiore si
provvede poi all’istituzione della cosiddetta “terza area” o
area professionalizzante. Considerata la principale innovazione
del Progetto ’92, è una area che prevede corsi su particolari
tematiche legate ad esigenze regionali e territoriali,
coordinati da un tutor, decisi all’inizio dell’anno scolastico
dal Collegio dei docenti e articolati in una serie di lezioni
frontali e stage aziendali.
Il Progetto '92
A partire dall’anno scolastico 1988/89, Preside il prof. Mario
Scagliarini, il Navarra abbraccia il nuovo corso e avvia
importanti iniziative. La prima delle quali è la preparazione di
un convegno (il 6 e 7 maggio 1989) dal titolo emblematicamente
interrogativo: Una scuola rinnovata: per quale agricoltura?
Si tratta di un’iniziativa pensata e coordinata da un insegnante
di materie letterarie, il prof. Michele Fabbri, che non solo
coinvolge le autorità cittadine, gli operatori di settore, i
docenti e gli imprenditori, ma pone una domanda più che
legittima, considerando come stiano ormai emergendo le
responsabilità dell’agricoltura nella gestione del territorio e
delle risorse ambientali. Il convegno cerca insomma di
fotografare la crisi di identità di un mondo agricolo stretto
fra la necessità della resa quantitativa e i ritorni di
sovrapproduzione sempre più penalizzati dalle regole della CEE.
L’iniziativa ha poi un seguito significativo. Nel gennaio del
1991 infatti si conclude un indagine statistica tesa a rilevare
in ambito provinciale l’impatto dei fitofarmaci sulla salute
degli operatori e sull’ambiente circostante. A condurla sono il
Servizio multizonale di prevenzione delle Usl 30 e 31 insieme a
una parte degli studenti del Navarra, seguiti da alcuni docenti
e coordinati dal prof. Fabbri. A un centinaio di famiglie è
stato distribuito un questionario, tanto articolato quanto
rigorosamente anonimo, con domande sull’acquisto e utilizzo dei
fitofarmaci. I risultati dell’indagine vengono presentati a un
convegno presso il Centro Operativo Ortofrutticolo cui
partecipano insegnanti del Navarra, operatori delle Usl, docenti
universitari e rappresentanti delle istituzioni cittadine. Ne
risulta un quadro alquanto preoccupante: scorrettezza diffusa
nello smaltimento dei contenitori dei fitofarmaci, prevalenza di
modalità di lotta antiparassitaria con forte impatto ambientale,
preferenza data ai consigli dei tecnici delle case produttrici
piuttosto che degli enti pubblici. A ciò si aggiunge una certa
disattenzione per i pericoli derivanti alla salute degli stessi
operatori dall’uso e dalla vicinanza alle sostanze chimiche. A
rendere più inquietanti questi risultati c’è anche il fatto che
una parte degli insegnanti di materie professionali del Navarra
non ha ritenuto opportuno collaborare all’iniziativa.
Ciò evidentemente segnala un certo disagio degli operatori di
settore, che indicati (talvolta ingiustamente) come i principali
responsabili dell’inquinamento ambientale restano sulle
difensive. E tuttavia sono proprio iniziative come questa che
avviano la possibilità di una presa di coscienza, preparando le
basi per una maggiore sensibilizzazione e per un successivo,
importante intervento legislativo. Se già infatti l’istituzione
dell’Albo degli Agrotecnici riconosceva di fatto all’agricoltura
un posto di rilievo economico e anche culturale - e in questa
ottica la vita dell’Istituto Navarra aveva trovato una sua
stabilità, cui corrispondeva l’alto numero delle iscrizioni fino
almeno alla fine degli anni Ottanta -, fra il 1994 e il 1995 il
legislatore sembra accorgersi che gli agricoltori non sono da
considerare i nemici dell’ambiente, ma semmai la principale
risorsa per la sua salvaguardia, dal momento che lo conoscono
meglio di chiunque. Conseguenza dell’emergere del tema
ambientale a tutti i livelli (compreso quello delle iniziative
comunitarie sostenute dalla UE), questa nuova sensibilità pone
le scuole per l’agricoltura al centro di una rinnovata
attenzione, ritenendole le più idonee a trattare le
problematiche connesse a questo tema.
Inserendosi in questa linea, a partire dall’anno scolastico
1995/96 (Preside il prof. Aldo Ferraro) il Navarra modifica la
propria configurazione: alla tradizionale qualifica di
“operatore agroindustriale” affianca quella di “operatore
agroambientale”, integrato nella nuova sigla di Istituto
Professionale Statale per l’Agricoltura e l’Ambiente (IPSAA). Ma
nonostante ciò, nonostante cioè l’indubbia attrattiva che questa
apertura presenta anche in termini di sbocchi occupazionali, il
numero degli iscritti è ormai in diminuzione, secondo una logica
certamente collegata alla cosiddetta ‘crisi’ dell’agricoltura ma
di difficile interpretazione complessiva, che tuttavia
modificherà sensibilmente la vita e le attività dell’Istituto.
Risorsa ambientale e risorsa umana
Per intanto le sedi di Malborghetto e Ostellato, che da sempre
effettuano cicli completi di produzione: dalla semina, alla
raccolta e alla vendita dei prodotti, iniziano a porre maggiore
attenzione ai temi ambientali. I docenti, che hanno ormai fatto
proprie le ragioni del cambiamento, propongono l’introduzione di
progetti di “terza area” finalizzati a una agricoltura a basso e
bassissimo impatto ambientale. Oltre all’introduzione della
lotta integrata, infatti, si decide di convertire l’azienda
agraria della scuola alla produzione con metodo biologico e
certificato, mentre si avvia la sperimentazione di un impianto
d’irrigazione a goccia del frutteto con alimentazione ad energia
fotovoltaica. Nuove materie vengono poi introdotte nel
curriculum scolastico, fra cui l’ecologia agraria, che consente
di studiare i rapporti fra gli equilibri di un dato sistema
naturale e le modifiche introdotte dalla presenza dell’uomo e
delle sue attività trasformative. Materia dunque indispensabile
per poter sviluppare la sensibilità e le competenze utili alla
gestione della tutela del territorio e alla salvaguardia degli
equilibri dell’ecosistema.
In questa ottica si inserisce anche la creazione, nella sede di
Malborghetto, di un percorso cartografico-ambientale che ha i
suoi punti di forza nella Carta del Basso Po e nel Modello
planoaltimetrico della provincia di Ferrara. La prima, voluta
dai tecnici dell’amministrazione napoleonica e realizzata fra il
1813 e il 1814, è una fondamentale rappresentazione
cartografica, moderna e particolareggiata, del nostro
territorio; il secondo è una stupenda opera di modellismo, che
attraverso la definizione delle curve di livello evidenzia la
struttura delle bonifiche. Insieme costituiscono due elementi di
riferimento indispensabili per conoscere lo sviluppo storico del
ferrarese.
Presso la sede di Ostellato, poi, approfittando della vicinanza
con le Valli di Comacchio e in generale con l’area del Parco del
Delta del Po, ci si propone di formare una inedita figura di
Tecnico agroambientale con competenze agrituristiche, in grado
di affrontare la gestione aziendale nel rispetto dell’ambiente
ma anche di adottare opportune tecniche di riconversione.
Insomma un professionista che sappia tenere insieme la
produttività e la salvaguardia dell’ambiente nell’ottica di uno
sviluppo sostenibile. E tutto questo approfittando delle ore di
“terza area”.
Ma c’è un aspetto del Progetto ’92 che qualifica particolarmente
l’attività del Navarra, differenziandolo dagli altri Istituti di
istruzione superiore della provincia. La legge 104 del 1992,
relativa all’integrazione e ai diritti delle persone disabili,
vi trova infatti un’immediata ricezione. Questo ovviamente
perché il rapporto diretto con i processi del mondo naturale
risulta di grande utilità dal punto di vista formativo. Lo
sviluppo dei cicli vitali e la possibilità di partecipare al
loro realizzarsi favorisce infatti il processo di crescita
individuale, di autonomia e autostima degli studenti, e fa della
nostra scuola un luogo ideale per affrontare i problemi
collegati alla disabilità. Ma non bisogna dimenticare che
l’apertura è stata anche una scelta consapevole e mirata,
conseguenza di un atteggiamento lungimirante che anticipava lo
spirito della legislazione successiva. Le leggi regionali n. 10
e n. 26 del 1999, infatti, dopo i primi anni di sperimentazione
giungono a precisare il senso del recupero e inserimento del
disabile nella società attraverso l’educazione scolastica. Oltre
a ciò, il tema del ‘collocamento mirato’ elaborato dalla legge
nazionale n. 68 del 2001 capovolge la precedente concezione
dell’handicap. La legge infatti impone non più di valutare ciò
che manca al disabile, ciò che non è in grado di fare, ma di
valorizzare ciò che egli possiede in termini di conoscenze o
comunque sa fare. Da peso superfluo egli si trasforma così in
una risorsa per la comunità, che deve prevedere nuove forme di
integrazione e valorizzazione anche attraverso l’utilizzo di
fondi previsti dalle leggi regionali: cosa che appare come uno
degli aspetti maggiormente interessanti dell’autonomia
scolastica.
Questi ultimi anni
Continuando il proprio impegno nell’ambito dell’integrazione dei
disabili, in questi ultimi anni il Navarra si è posto
l’obiettivo di dare un senso concreto al loro percorso,
elaborando progetti che consentano di operare in vista di reali
prospettive di inserimento lavorativo. In questo senso ha
avviato rapporti con Cooperative sociali e Laboratori protetti,
che possono offrire opportunità di impiego a quanti hanno
ottenuto una certificazione dei crediti formativi (che attesta
le abilità e le competenze realmente acquisite attraverso
percorsi individualizzati, all’interno di un complessivo
progetto di “Alternanza scuola/lavoro”) o anche la qualifica del
terzo anno (magari impiegando un numero di anni superiore a
quelli previsti). In ambedue i casi la scuola, oltre a mettere a
disposizione le proprie strutture operative (laboratori,
officine, serre, ecc.), si avvale dell’utilizzo di personale
educativo specializzato e della fondamentale figura dello
“studente mediatore”, quasi sempre un ex alunno del Navarra che
conosce la scuola e ha un’età non troppo superiore a quella del
disabile. Fermo restando che la responsabilità
didattico-educativa resta di competenza del Consiglio di classe
e dell’Insegnante di sostegno, che si rapportano alle famiglie,
ai Servizi sanitari e a tutti i soggetti esterni alla scuola, la
figura dello studente mediatore sta diventando un riferimento
indispensabile per il buon esito del lavoro.
Sempre nel corso di questi ultimi anni, la vita dell’Istituto si
è poi venuta misurando con alcuni problemi di carattere generale
(la massiccia richiesta di tecnologia informatica, la necessità
di integrare i tradizionali sistemi di apprendimento con la
capacità di lavorare in équipe) e ha fatto proprie alcune
istanze collegate all’ambito professionale (sensibilizzandosi
verso nuove modalità operative compatibili con un basso impatto
ambientale). Inoltre, conseguentemente all’introduzione
dell’autonomia scolastica, la figura del Preside si è
trasformata in quella del Dirigente scolastico, posto a capo di
un polo che riunisce diversi Istituti fra loro affini. Per
questo motivo le due sedi dell’Istituto Navarra, Malborghetto e
Ostellato, a partire dal 1997 vengono accorpate all’Istituto
Professionale per l’Industria e l’Artigianato (IPSIA) “Ercole I
D’Este” di Ferrara, con la relativa unificazione della parte
amministrativa e dirigenziale ma con il mantenimento delle
diversità nell’organizzazione dei corsi.
Nel giro di breve tempo, tuttavia, le cose sono ulteriormente
cambiate, poiché dal 2003 l’Istituto Professionale Navarra si è
trasformato in Istituto Tecnico Agrario Statale (ITAS),
adottando il progetto Cerere Unitario che prevede un biennio
unitario (che rende agevole l’eventuale passaggio ad altra
scuola oppure un breve percorso professionalizzante), più un
triennio superiore che consente di ottenere il titolo di Perito
agrario. Si tratta di una trasformazione importante, forse la
più importante dalla sua nascita, di cui è difficile prevedere
gli esiti e che rende arduo immaginare quale sarà il futuro.
Tuttavia un paio di cose almeno si possono dire. La prima
riguarda il fatto che un’indagine conoscitiva promossa nel 2002
dalla prof.ssa Iris Mattioli, al tempo Dirigente scolastico
dell’Istituto, conferma quanto operatori e insegnanti avevano
sempre saputo. Considerando i dati relativi al biennio 1997/98,
l’indagine rivela che l’83% dei diplomati è attualmente
occupato, un terzo dei quali con contratto a tempo
indeterminato. Essi inoltre dichiarano abbastanza soddisfacente
la situazione retributiva, giudicano positivamente l’offerta
formativa ricevuta e sostengono che la loro attuale occupazione
sia collegata a una conoscenza pregressa col datore di lavoro,
iniziata al tempo della scuola, durante gli stage aziendali o
nelle ore della “terza area”. Come a dire, insomma, che il
lavoro svolto dalla scuola è stato utile e positivo. Proprio per
questo allora, e per concludere con la seconda considerazione, è
possibile affermare che l’impegno e la serietà che hanno fatto
del Navarra un centro importante della vita scolastica (e non
solo) della provincia certamente lo sosterranno nelle sfide a
venire, nella convinzione che l’eredità del passato sia un
patrimonio indispensabile per affrontare serenamente il futuro.
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